WOODSTOCK 50

I giorni dal 15 al 18 agosto di cinquant’anni fa passarono alla storia al grido di “pace, amore e musica”. Nella campagna statunitense, nella località di Bethen, andò in scena la Fiera della musica e delle arti di Woodstock, meglio conosciuto solo come Woodstock, il festival che cambiò la Storia della Musica. Quella che in origine doveva essere un piccolo festival locale finì per radunare più di 400 mila persone e per esser narrato fino ad oggi, nelle celebrazioni del cinquantesimo anniversario di quest’anno.
Quello che accadde nel 1969 è noto ai tutti gli appassionati di musica, è stato letto nei libri, osservato in documentari, e soprattutto ascoltato e vissuto nelle ore davanti ad un giradischi. Il venerdì 15 agosto 1969, i primi ad esibirsi furono i cantautori folk. Su tutti Joan Baez, che cantò brani di Bob Dylan, e Ravi Shankar, ammaliante suonatore indiano di sitar. Il sabato spazio a Santana ed alla madrina e poetessa del rock, Janis Joplin, con i The Kosmik Blues Band, e ancora i Grateful Dead e i Creedence Clearwater Revival. Ma il bello di Woodstock fu la sua completa libertà, le regole dettate dagli accordi musicali, dai canti e dall’armonia che solo un concerto live riesce a sprigionare. Così è facile immaginare che il momento degli Who arrivò solo alle 4 del mattino, e si concluse con Pete Townshend che scaglia la sua chitarra ripetutamente sul palco. A chiudere (o iniziare) la giornata, l’alba in compagnia dei Jefferson Airplane fu per pochi eletti.
Esplosiva la giornata conclusiva, che si dilungherà appunto fino al 18, il lunedì successivo: sul palco Joe Cocker, Neil Young, Blood, Sweat And Tears e Crosby, Stills, Nash & Young. Ultimo a solcare la scena, sua maestà Jimi Hendrix, con un live per chi ancora non aveva abbandonato l’ampia campagna del Festival: ancora risuona il suo inno americano distorto, lancinante e spiazzante (simbolo della protesta, condivisa dai molti in quegli anni e in quei luoghi, contro la guerra degli USA in Vietnam), suonato con cinque corde della chitarra.
Cosa rimane di quelle canzoni, di quell’esperienza? Ad Arezzo, di sicuro si troverà una risposta, nei giorni del Sudwave Festival & Convention, dal 7 al 10 novembre 2019.
La Fondazione Arezzo Wave ha scelto, infatti, di omaggiare il grande Festival con un progetto dedicato proprio alla grande protagonista, di oggi e di allora: la musica, le canzoni celebri e storiche delle grandi band e dei grandi artisti rock che solcarono il palco di Woodstock. Arezzo Wave ha vinto un bando relativo alle residenze artistiche, “Per chi crea”, promosso dal MIBACT, il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, e gestito dalla Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE). Al centro del progetto di successo c’è l’attenzione sempre cara alla Fondazione, la formazione di nuovi talenti. Il programma si chiama appunto “Woodstock Wave 50” ed ha permesso di selezionare sei voci italiane, sotto i 35 anni, dalle migliaia di proposte accorse ad Arezzo Wave – 1200 le band che hanno già partecipato al concorso solo nel 2018.
I sei fortunati sono Tommaso Dugato, Francesco Lettieri, Kevin Koci, Anastasia Brugonoli, Gaia Mazzoli, Jessica Caldari. Saranno ospitati ad Arezzo e prenderanno parte a una serie di corsi per 14 giorni (dal 28 ottobre all’11 novembre) presso lo Spazio Seme e nella sala prove di Music Factory e CaMU. Gianni Bruschi sarà il loro vocal coach, che si aggiungerà ad illustri nomi del mondo della musica, professori di masterclass per alcune giornate: la cantante Petra Magoni, il produttore Stefano Senardi, il direttore d’orchestra Diego Calvetti e Valerio Soave, direttore dell’etichetta Mescal. Ognuno dei ragazzi sceglierà un brano su cui si eserciterà, tra quelli che hanno fatto la storia nel Festival di Woodstock, che interpreterà poi nella giornata conclusiva di domenica 10 novembre, allo Spazio Seme, insieme ad ospiti speciali dalla scena italiana: oltre a Petra Magoni, Finaz, Nuto, Luca Lanzi e Francesco Moneti.